Dedicato a Ortensia

Correva l’anno 1989, come si dice nelle fiabe e, in quell’anno, il destino, o una fata buona ci fece due regali, tanto più inaspettati quanto più destinati a divenire  dei gioielli di grande valore della nostra vita negli anni successivi.

Nel pomeriggio di giovedì 25 luglio Fulvio aveva trovato sulla porta della fabbrica in cui lavorava, una cagnolina cucciola randagia, magrissima, allo stremo delle forze, con gli occhi molto arrossati e sofferenti, anzi, uno quasi fuori dall’orbita.  Era bianca con  qualche macchia e l’orecchio destro marrone; assomigliava moltissimo a Rosa, la nostra figlia pelosina, come la chiamavamo e che  era il nostro mondo d’amore. Rosa era tutta bianca ed aveva  una V perfetta marrone che si dipartiva dal centro della fronte ed arrivava fino a metà di entrambe le orecchie. Fulvio, quel giorno, non avrebbe dovuto proprio esserci in fabbrica, perché lui lavorava come tecnico in quella ditta con un contratto part-time di tre giorni la settimana il lunedì, il martedì e il  mercoledì e, oltre tutto, quell’ultimo mercoledì avrebbe iniziato il periodo di ferie; ma il giovedì c’era andato per recuperare un permesso del lunedì precedente. Le disse : “Aspettami qui, quando smetto di lavorare vengo a prenderti e ti porto a casa mia”. La cagnola l’aveva capito perfettamente; per più ore era rimasta sdraiata nello stesso posto, fin che Fulvio era ritornato a prenderla.

Al suo ritorno, ancora prima di farla scendere dalla macchina, Fulvio mi aveva raccontato tutta la storia e soprattutto della grande pietà che aveva provato per quell’esserino abbandonato e sofferente che si era fatto trovare da lui.  Rosa l’aveva annusata con diffidenza, ma non in modo ostile. Mi ero subito affrettata a spiegarle che la  nuova arrivata sarebbe rimasta con noi pochi giorni  fino a che non fosse andata in un’altra famiglia adottiva  e che quindi lei doveva essere disponibile e generosa per quel tempo che sarebbe stata a casa nostra. Per poterla chiamare doveva avere un nome. Io stavo leggendo il libro “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, sicchè l’abbiamo chiamata ALBA, come l’ultima dei personaggi femminili  di quella saga familiare e storica; mentre ROSA,  per fugace che fosse stata la sua figura nel romanzo, ne era il primo.

Passati i primi giorni  in cui Rosa stava sulle sue, la teneva a debita distanza, ignorandola, o alzando  appena il labbro, a poco a poco le aveva permesso di stare vicino a lei, di fare le stesse cose; si cominciavano a vedere sempre in coppia. Del resto Rosa era una leader nata, aveva nove anni, era la figlia unica per eccellenza, si sentiva superiore a chiunque, anche a certi umani, per non parlare degli altri cani, che non sopportava, a meno che non fossero totalmente sottomessi a lei. Alba, vuoi perché era ancora cucciola, vuoi perché è modesta e remissiva di natura, si era sottomessa subito, sicchè Rosa in pochi giorni l’aveva accettata ed amata, tanto che non era stato più necessario trovarle un’altra sistemazione.  Intanto Alba aveva iniziato il suo primo calore; il veterinario ci disse che la cagnola aveva, in agosto, circa otto mesi, sicchè noi l’abbiamo fatta nascere ipoteticamente il 25 dicembre 1988 e, da allora, Alba festeggia il suo compleanno con  Gesù Bambino.

Ai primi di settembre, dopo mesi di calura e di siccità, era arrivata improvvisamente una perturbazione atmosferica dai Balcani con vento freddo e acqua a catinelle. Era il giorno 6; Fulvio era a lavorare, mia mamma Edvige  nella sua stanza, io ero a letto perché non mi sentivo bene con Rosa e Alba che dormivano sui miei piedi. Improvvisamente avevano rizzato le orecchie, si erano fissate un momento, poi erano saltate giù dal letto, avevano sceso le scale di corsa abbaiando come forsennate, volevano uscire, ma la porta era chiusa, allora erano ritornate su in camera, sempre abbaiando; erano agitatissime, volevano che scendessi ad aprire loro la porta. A questo punto, ero stata presa anch’io da una certa ansia ed ero  uscita in cortile per vedere che cosa avessero intenzione di fare e che cosa le avesse messe così in agitazione. Avevano attraversato la strada di corsa, ma si erano arrestate subito  in un uliveto dirimpetto alla nostra casa davanti ad un grande groviglio di  residui di potatura con  legni piccoli e grossi ammucchiati alla rinfusa  e annusavano, guaivano,  cercavano di scavare freneticamente per arrivare a qualcosa. Le avevo seguite e, con un po’ di fatica, ero riuscita ad aprirmi un piccolo varco, tanto da farci passare una mano e  così ero arrivata a tirare fuori un gattino di pochi giorni gelido, scheletrito, bagnato fradicio che, molto probabilmente, aveva fino a pochi minuti prima lanciato dei miagolii disperati, che erano stati percepiti dalle cagnoline. “E’ morto”, mi ero detta; l’avevo tenuto un po’ fra le mani, cercando di scaldarlo;  poi, nel dubbio, mi era venuta l’ispirazione di avvolgerlo con un sacco di carta vuoto e di appoggiare  “il pacco” sul  carretto del motocoltivatore nel fienile ed ero rientrata in casa con le cagnoline che avevano seguito attentamente tutti i miei movimenti con quel  pugnetto di pelo freddo e inzuppato d’acqua, nel tentativo di rianimarlo., ma chissà, se eravamo arrivate in tempo!

Verso sera avevo acceso il camino in cucina; mia mamma era impegnatissima a tenerlo vivo, bruciando la potatura degli ulivi, casse e casse di fogliame e di rametti che bruciano come paglia, ma fanno delle fiamme alte, odorose, così crepitanti e vitali, che scaldano il cuore oltre  che le ossa.

Appena Fulvio era ritornato dal lavoro, gli avevo raccontato quello che ci era successo nel pomeriggio; era andato a prendere il “pacco” nel fienile, lo aveva scartato, ma  il gattino era  sempre muto, gelato, con gli occhi chiusi; per la verità ancora non riuscivamo a capire se fosse morto o vivo:  Allora se l’era infilato nel taschino della camicia e, dopo qualche ora, improvvisamente aveva sentito una unghietta che gli pungeva la pelle, praticamente sul cuore: “ E’ vivo, è vivo”: eravamo tutti felici, perfino mia mamma che non era proprio un’amante degli animali, le cagnoline erano saltate sulle sedie, eccitatissime, abbaiavano, mugolavano, si intrufolavano con il musino, lo volevano prendere, leccare …. Ci aveva preso una grande gioia e una euforia che ci scambiavamo vicendevolmente. L’avevamo avvolto in una piccola pezza di lana e messo in una culla improvvisata che era il cappello da cow- boy che Fulvio metteva quando lavorava in campagna per proteggersi dal sole e dalle intemperie. Interpellato telefonicamente, il veterinario mi aveva consigliato di nutrirlo con una mistura di latte vaccino, poco albume e miele, con una siringa come biberon.  Nel giro di due o tre giorni il gattino si era vivacizzato ed usciva dal cappello; con nostra grande sorpresa, poi, la cagnolina Alba l’aveva preso in bocca e portato nella sua cuccia, dove passava ore e ore a leccarlo, come se fosse stata la sua mamma . Non avevamo esperienza di gatti e solo dopo un po’ di giorni ci era parso di capire che fosse femmina e dovevamo darle un nome.  Rosa aveva ereditato il suo da me, il mio secondo, che a mia volta avevo ereditato dalla mia nonna paterna; per mantenere questa tradizione di genealogia familiare femminile, il nome scelto per lei è stato ORTENSIA, come la nonna materna di Fulvio.

Cresceva a vista d’occhio; era una gattina maccarella grigia bellissima, con sfumature e disegni del pelo perfetti. Era deliziosa; “sei la gioia della casa”, le dicevo in continuazione, e glielo ho ripetuto

per tutti gli undici anni della sua vita.  “Figlia gatta”, “unico bene della nostra vita di gatto”, sono state le parole del nostro rituale d’amore e di corresponsione profonda. Le cagnoline l’amavano e lei le seguiva passo passo in casa, nel campo; andavano a caccia di topolini tutte tre  insieme e se la intendevano benissimo nello spartirsi i compiti e le posizioni:  Nel suo ruolo di madre adottiva, ad Alba era venuto perfino il latte; particolarmente per fare la nanna erano inseparabili, abbracciatissime nel loro lettino.  Questi sono  stati forse gli ultimi momenti gioiosi di quel periodo per la nostra famiglia, perché già dal mese successivo, avvenimenti di sofferenza e di  dolore ci avrebbero avvolto nelle loro spire.

Alcuni mesi dopo mi era venuta una broncopolmonite con varie complicazioni. Rosa, Alba e Ortensia, erano giorno e notte sul letto, ai miei piedi; mi lasciavano solo per pochi minuti per i loro bisogni e per mangiare.  Ero molto debilitata e depressa, non riuscivo a riprendere le forze, rifiutavo il cibo.  Un giorno Fulvio, esasperato dal vedermi così debole e, mio malgrado, rinunciataria, mi aveva rimproverato, per scuotermi un po’ ed io, addoloratissima del mio stato, sia per me che per lui, mi ero messa a piangere.  Ortensia, accucciata sul letto, di scatto era uscita dalla finestra della stanza, dalla quale arrivava in cortile attraverso dei tetti e un grande albero di gelsomore proprio davanti alla porta di casa, e questa è sempre stata la sua strada – giorno e notte, estate e inverno – per tutta la sua vita in Abruzzo.  Dopo 10 minuti era rientrata e sul mio cuscino aveva lasciato cadere dalla bocca un topolino appena stordito e miagolava e miagolava con intensità sulla mia faccia. “Porta via questa schifezza” le avevo risposto lì per lì e così lei era scesa sullo scendiletto e se l’era mangiato. Questo gesto era stato per me una rivelazione perché mi aveva fatto capire che la gatta comprendeva le parole nel loro significato e che era disposta a prendersi cura di me, a procurarmi il cibo, come io avevo fatto con lei.  Ricordo di avere provato una forte commozione che aveva agito come una scossa che aveva sciolto il blocco, il ristagno della mia energia vitale che, da quel momento, aveva ricominciato a fluire nel modo giusto,  così che mi era stato possibile iniziare la convalescenza vera e propria.

Rosa, nell’ottobre del 1990, si era ammalata gravemente e, nonostante tutte le cure e i veterinari  da cui l’avevamo portata, nella notte fra il 16 e il 17 gennaio 1991, era spirata fra le braccia di Fulvio.  La sua agonia cosciente durava ormai da molti giorni, anche se nell’ultima settimana aveva avuto dei momenti di miglioramento che avevano acceso in noi qualche speranza. Eravamo angosciatissimi; erano quelli anche i giorni precedenti lo scoppio della Guerra del golfo, sicchè sembrava che tutto ci cadesse addosso, un vissuto da apocalisse.  Mai, come in quei momenti, abbiamo sperimentato una simbiosi fra il nostro dolore personale, intimo, e il dolore più grande di milioni di persone e animali e della Terra stessa che erano immolati in sacrificio agli dei della morte.  Rosa ha esalato il suo ultimo respiro alle 0,40 del 17 gennaio 1991, nell’istante preciso in cui cadeva la prima bomba su Baghdad. Aveva appena  compiuto 11 anni.

Il nostro dolore era immenso, ma ci facevamo forza a vicenda; Alba, invece, non reagiva, sembrava che si lasciasse morire.  La scomparsa di Rosa, che era stata la sua mamma e la sua maestra, era stato un colpo troppo grande per lei da comprendere e da sopportare.  Ortensia, ormai adulta, viveva la sua vita da gatto, indipendente e libera, così lei era rimasta sola e senza più voglia di vivere.

Al suo primo calore, in giugno, l’avevamo data in sposa al cagnolino nero Dick perché facesse i cuccioli, si riconciliasse con la vita e, poiché uno lo avremmo tenuto – una femmina – avrebbe avuto di nuovo  compagnia.  Esattamente una settimana dopo lo sposalizio, un cucciolo di pastore abruzzese di tre mesi,  randagio e femmina – tanto per cambiare – affamatissimo e pieno di piaghe, si era installato nel nostro cortile.  Noi, come al solito, ci eravamo impietositi: gli davamo da mangiare e lo curavamo, cercando anche però di farlo adottare da qualche persona appena appena decente che non lo tenesse vita natural durante legato a due metri di catena.  Non lo aveva voluto nessuno e così è rimasto con noi: è AURORA, la pastorotta.  Alba aveva partorito la notte del 8 agosto, nel salone attrezzato a nursery e con Fulvio come ostetrico, quattro cuccioli, tutti neri uguali al padre, tre maschi e la femmina predestinata: appena l’avevo vista,  mi era venuto in mente il nome ISIDE. I maschietti erano stati subito bene adottati e la nostra famiglia ormai comprendeva le tre cagnole e la gatta, che viveva però in modo autonomo.

Nel marzo 1994 siamo ritornati a vivere  in Lombardia nella mia città natale perché a Fulvio era stata fatta qui una buona proposta di lavoro. In quel momento questo cambiamento di vita ci era apparso transitorio, legato al periodo di tempo – due anni – che mancavano a Fulvio per andare in pensione, sicchè non avevamo lasciato del tutto l’Abruzzo, ma ci ritornavamo ogni mese per una settimana, sia per motivi familiari, sia per non trascurare completamente il nostro piccolo appezzamento di terra coltivato con il metodo biodinamico.  Naturalmente, tutta la tribù Alba, Aurora, Iside e Ortensia era venuta a vivere in città con noi e … inutile dirlo … è stata una vita dura, ma dura per tutti, adattarsi a vivere in un piccolo appartamento al 6° piano, soprattutto per loro che erano nate e cresciute in campagna, del tutto libere!

Ortensia però non aveva accettato questo cambiamento che aveva letteralmente sconvolto la sua vita.  Il mese successivo, quando era venuto il momento di ripartire per Sesto San Giovanni non si era fatta trovare; l’avevamo cercata, chiamata, aspettata per due giorni, ma poi avevamo dovuto metterci in viaggio senza di lei, convinti che l’avremmo ritrovata il mese dopo, ma non è stato così.

Per ben tre mesi, la gatta non si era fatta più viva.  Un giorno d’agosto, in cui  la malinconia mi turbava più del solito al pensiero che avesse fatto una brutta fine, con le lacrime agli occhi l’avevo evocata telepaticamente e, qualche giorno dopo ero andata, senza alcuna ragione particolare, in una zona della nostra proprietà, vicino ad una siepe di confine, dove non andavo mai.  Avevo subito sentito un miagolio di richiamo, che avevo riconosciuto senza dubbio alcuno: “Ortensia …”  Si era avvicinata di corsa, si era fatta prendere in braccio e portare in casa. Ci era sembrato perfino di vivere nel reale l’esperienza della parabola evangelica del Figliol prodigo; avevamo fatto una grande festa con le cagnole che non finivano più di slinguarla!  La gatta non aveva patito in quei tre mesi; era ben messa;  il pelo era folto e  lucido: non era tornata per fame, ma per amore…. Aveva scelto di condividere la vita della famiglia e di rinunciare alla sua libertà.  Nei molti viaggi degli anni successivi, fino all’agosto del 2000, che è stato l’ultimo, non ci ha mai più dato problemi.

Ortensia, già da settembre aveva cominciato a manifestare qualche stranezza di comportamento, tanto che noi, scherzosamente, ci chiedevamo se non le fosse apparsa la madonna dei gatti, ma, fino a che aveva mangiato normalmente, non avevamo proprio pensato che fosse ammalata, ma, piuttosto che facesse fatica a riambientarsi in appartamento, dopo mesi trascorsi in campagna, libera di vivere secondo la sua natura. Quando le stranezze erano divenute sintomi però, l’avevamo portata dal veterinario che le aveva diagnosticato un’insufficienza renale in stato molto avanzato.  Per circa un mese, aveva mangiato esclusivamente un certo tipo di alimento dietetico previsto per questa patologia, dall’inizio con avidità, sembrava che ce la mettesse tutta per stare meglio, per guarire e, per qualche settimana, ci eravamo illusi che tutto stesse tornando alla normalità.  Il crollo è avvenuto in modo improvviso ed inaspettato: proprio dalla sera alla mattina aveva smesso di bere, di mangiare ed aveva cominciato a perdere bava mista a sangue dalla bocca. Il veterinario ci aveva  avvertiti che, quando fosse arrivata a quello stadio, non ci sarebbe stato altro da fare che darle la morte con una iniezione per evitarle inutili sofferenze.

Noi eravamo confusi ed oppressi da un grande dolore; ma, avendo sempre teorizzato contro l’accanimento terapeutico anche per gli esseri umani, ci era sembrato, a quel punto, che dare una morte dolce alla gatta fosse la cosa più giusta da fare.  La mattina che avrebbe dovuto accadere, Ortensia, che era muta da giorni e quasi del tutto immobile, aveva trovato, ormai stremata, la forza di rialzarsi sulle zampine, miagolando a lungo e fissandomi con intensità. Avevo sentito un colpo al cuore: la gatta mi diceva che non voleva morire, ma che voleva vivere ancora quanti più giorni o ore possibili con noi, non ci voleva lasciare. L’avevamo portata subito da un altro veterinario, che non ci aveva dato nessuna speranza, ma che aveva condiviso la nostra volontà di curarla, sia pure con palliativi, fino alla fine.  Ancora per una decina di giorni l’abbiamo tenuta in vita con le flebo, non solo, ma io passavo ore e ore con le mie mani sul suo corpicino per trasfonderle l’energia vitale, come quando, all’inizio della sua vita, l’avevo tirata fuori dal groviglio dei rami e l’avevo riscaldata quel poco che era bastato a sottrarla alla morte. Non mi facevo illusioni, certo, eppure pregavo tanto perché, nel mio intento, la preghiera fosse un veicolo d’amore per portare Ortensia nell’altro mondo, nel paradiso dei gatti, se c’è, il più dolcemente possibile.  Sembrava che vivesse con una energia soprannaturale; combatteva strenuamente per sottrarsi alla morte anche solo per poche ore e noi l’aiutavamo con tutto il nostro amore e la nostra energia. Anche quando era in stato agonico se, chini su di lei, la chiamavamo e le parlavamo, trovava sempre la maniera di rispondere, di farci capire che era viva e ancora in grado di percepire quello che avveniva intorno a lei e per lei. E’ spirata venerdì 15 dicembre 2000 alle 12,30, dopo un miagolio prolungato incredibilmente pieno di forza;  ha aspettato che Fulvio fosse rientrato con le cagnole che erano state fuori per una delle loro passeggiate giornaliere; così da avere ancora tutta la famiglia  riunita intorno a lei come per l’evento esistenziale dell’inizio della sua storia, la sua ri-nascita, nel settembre 1989.  L’abbiamo sepolta in un prato incolto ai margini di un parco, fra  gli alberi: ogni settimana ci andiamo con Alba, Aurora e Iside che, sulla sua tomba annusano, grattano  la terra con le zampine, fanno la pipì tutt’intorno come dono dei loro odori all’amatissima sorellina gatta e poi, via,  per le loro corse e i loro scavi!

ONORE a ORTENSIA che è stata una grande combattente per la VITA; GRAZIE a ORTENSIA per l’AMORE che ci ha dato e per l’esperienza che ci ha fatto vivere di COMPRENSIONE e di COMPASSIONE per tutto il mondo degli animali, questi nostri FRATELLI MINORI, a cui tanto dobbiamo.  Di fronte alla ineluttabilità della morte biologica, questa volta, insieme, non ce l’abbiamo fatta; ma, nell’energia, la partita non è persa: se l’amore è l’essenza delle forze di coesione, Ortensia non si dissolverà, finchè noi l’avremo nel nostro cuore e nel nostro affettuoso e concreto ricordo.

Ora, è  LO SPIRITO GUARDIANO della casa.

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1 Comment

  • Paola Bonfiglioli

    Reply Reply 15 aprile 2012

    😀 Complimenti. E’ un racconto MERAVIGLIOSO.

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