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VIAGGIO AL CASTELLO DI MONTSEGUR

Ultimo baluardo cataro in terra di Francia

 

Fino al mese di maggio del 1998 dei Catari non sapevo proprio niente; avevo solo letto il nome e pochi riferimenti in qualche libro e  che erano rimasti lettera morta.

Un certo giorno ero venuta in contatto, tramite amicizie comuni, con una signora che stava organizzando con altre persone un viaggio al castello di Montségur, sui Pirenei francesi, passato alla storia come simbolo dell’eccidio del popolo Cataro.  Aveva acceso la mia curiosità, soprattutto il mio desiderio sopito di avventura, di qualcosa di imprevisto che scuotesse  il tran tran della vita quotidiana familiare serena, alla quale tuttavia  un guizzo di novità, di vivacità sarebbe andato anche bene.

Così avevo deciso di aggregarmi, alla cieca, come si dice, ma mi era sembrata una bella opportunità di evasione,  divertente, anche un po’ misteriosa, una vacanza dalla famiglia sia pure di due o tre giorni….

Mio marito aveva cercato di dissuadermi, ma io ero stata irremovibile nella mia determinazione, sicchè all’ultimo momento decise di accompagnarmi, spinto dalla scarsa fiducia che il gruppo gli aveva ispirato e che aveva paragonato all’armata Brancaleone alla crociata di cinematografica memoria.


Già la partenza, un venerdì sera del mese di giugno, era stata il prodromo dell’avventura: partiti con la nostra automobile, poco più di una utilitaria, con a bordo le nostre tre cagnole, due di piccola taglia e la terza, una pastorotta abruzzese di trenta chili, per fare un viaggio di un week end di oltre 900 km all’andare e 900 km a tornare, era pura follia!

La vettura degli altri “folli” era molto più potente della nostra; a grande fatica eravamo rimasti più o meno visivamente in contatto fino al termine del  territorio italiano, poi era sfrecciata via e noi eravamo rimasti indietro, sentendoci anche sollevati dallo stress di quell’inseguimento che poteva anche diventare rischioso.  Tanto avevamo le carte  del percorso e ci saremmo trovati al castello di Montségur l’indomani  dopo aver viaggiato tutta la notte.  


La mattina presto del sabato eravamo arrivati in prossimità di Montségur e, in un delizioso paesino, Belesta, stavano aprendo i negozi così avevamo comprato qualcosa da mangiare: pane, camambert e brioches per noi e scatolette per le cagnole.  La baghette, fragrante, appena sfornata, l’avevamo mangiata tutta, da sola, strada facendo e, arrivati al parcheggio ai piedi del pog,  non ci restava che farci il caffè per completare la colazione. L’occorrente l’avevamo nel baule: fornellino, caffettiera, caffè e quant’altro e chissà per quale ispirazione, mio marito aveva voluto berlo dentro il castello, dove magari avremmo incontrato i compagni di viaggio, arrivati prima di noi! E si era caricato sulle spalle uno zaino con tutta l’attrezzatura, oltre alla bottiglia dell’acqua, zucchero e altro; si era messo un berretto con l’iscrizione del suo primo nome di battesimo, regalo di un amico; non solo, ma sul prato che dà inizio alla salita, detto dei Cremati, avevo inciampato in un lungo bastone, quasi una pertica vera e propria che avevo raccolto e dato al mio compagno, sapendo che gli piace usarlo nelle camminate in montagna.

La salita è molto ripida e per me era stata anche molto faticosa; le cagnole, invece, erano felicissime, correvano di qua, di là, in avanti e quando le chiamavamo si fermavano ad aspettarci e al castello, che è proprio un rudere, ci eravamo arrivati dopo qualche ora, intorno alle 8.


Eravamo soli, ma qualcuno c’era già stato; appena dentro il portale principale, detto del sole, nella terra battuta che era bagnata perché, probabilmente, la notte aveva piovuto, erano disegnati alcuni simboli geometrici, perfetti, nessuno vi aveva camminato sopra; avevamo riconosciuto dei pentacoli, dei cerchi con inseriti fiori a quattro petali, che poi scoprimmo essere la croce occitana e altre cose un po’ sovrapposte.  Accanto c’era una specie di piano  di roccia squadrato, levigato e mio marito pensò di fare lì il caffè, dando inizio a tutto il rituale della preparazione; ma ahimè, c’era una forte corrente d’aria per cui il fuoco non stava acceso.  Io mi ero meravigliata molto che avesse scelto quel posto perché, di solito, cerca un luogo riparato dall’aria e,  se non c’è, costruisce intorno al fornello un nuraghe di sassi per proteggere la fiamma.  Quella volta aveva fatto tutto il contrario tanto che, per mantenere il fuoco acceso, stavo praticamente addossata al fornello, sventatamente, con la giacca a vento sintetica che avevo addosso!


Finalmente il caffè era venuto pronto e ce lo bevevamo con una certa soddisfazione; ma intanto erano arrivate altre persone straniere ed avevamo avuto l’impressione che  guardassero un po’ male noi  e le nostre cagnoline che scorazzavano liberamente e quando eravamo ritornati giù avevamo visto il cartello: “Vietato accendere i fuochi nel castello, cani al guinzaglio”.  Noi, ovviamente, se l’avessimo visto prima, ci saremmo comportati in modo del tutto diverso.  Tutta la giornata di sabato l’avevamo passata lì, ai piedi del castello in attesa dei compagni che avevano l’indirizzo dell’agriturismo prenotato e noi invece no….. All’avvicinarsi della sera, sperando in dio, ci eravamo rivolti ad un grande campeggio della zona e così avevamo scoperto che la Francia è il paradiso del cane; in Italia, con tre cani, malgrado tutti i certificati sanitari,  non ci avrebbero neanche permesso di scendere dalla macchina e lì, invece, avevamo usufruito di un comodo bungalow!


Fino a mezzogiorno della domenica non avevamo saputo che cosa fosse capitato agli altri compagni di viaggio; nessuno aveva  il cellulare e non era stato possibile avvertirci che la loro auto aveva avuto un guasto e che avevano dovuto fermarsi; noi per chilometri e chilometri ne avevamo inseguita un’altra dello stesso tipo, stesso colore, che ad un certo punto si era dileguata e avevamo creduto che fosse la loro che filava ad una velocità alla quale non potevamo più stare dietro.


Si seppe poi che il guasto era di poco conto e che si sarebbe potuto tamponare provvisoriamente, almeno mio marito sarebbe stato in grado di farlo, ma di quegli occupanti, nessuno ne capiva niente di meccanica d’auto, sicchè con traversie, nervosismi, recriminazione reciproche,  erano riusciti a far ritorno alle proprie case a Milano la domenica mattina.  


Certo è che se avevo voluto l’avventura, l’avevo avuta e mi sarebbe bastata per un bel po’.

Duemila chilometri in tre giorni, con ansie, fatiche fisiche e psicologiche, stress, fuoriuscita di soldi, quasi da compromettere il bilancio familiare, per bere un caffè nel rudere,… sarebbe stato troppo anche per un viaggiatore “estremo”!

Ciononostante l’avevamo presa bene; anzi eravamo stati anche a Rennes-les-Chateaux, piccolo paesino di montagna dove il tempo sembra essersi fermato, passato alle cronache per le vicende del suo parroco, l'abbé Saunière e il suo tesoro. Vi si trova una fornitissima libreria storico-esoterica con pubblicazioni in più lingue, meta di tutti i turisti europei di quella regione della Francia e noi intendevamo procurarci qualche libro sui Catari, tanto per non essere arrivati fin là per niente, ma in Italiano non ce n’erano ed allora avevo preso il più piccolo in Francese, lingua per la quale avevo sostenuto un esame all’università  30 anni prima e che non avevo mai praticato; chissà se fossi stata ancora in grado di leggerlo….


Non so se per un meccanismo psicologico di autocompensazione, per una consolazione riparatoria o per una ispirazione guidata dal Cielo, mio marito, mentre guidava sulla strada del ritorno in Italia, aveva avuto la percezione di avere fatto, inconsapevolmente,  un rito su quella pietra,  su quei disegni nella terra battuta, l’avere acceso il fuoco e che quindi il caffè era stato solo un pretesto per compiere quegli atti….  Eravamo stanchissimi, confusi; avevamo bisogno di ripensare con calma a questa esperienza e ci eravamo detti che era andata come doveva andare ….


Da parte mia, quando mi ero messa a leggere il libro, non avevo incontrato nessuna difficoltà, l’avevo tradotto agevolemente ; anzi, aveva rappresentato l’inizio di una grande passione che avrebbe comportato una ricerca culturale e spirituale allo stesso tempo; un bisogno di autoconoscenza e di autoriconoscimento che, nei mesi successivi, avrebbero trovato le loro strade di manifestazione.


Avevo appreso che molti studiosi del Catarismo ritengono che il Castello di Montségur sia stato in origine, molto prima che fosse restaurato ed utilizzato dai Catari (1200 c.a.) un Tempio Solare di civiltà  dell’epoca del bronzo o di epoche ancora preesistenti quindi un luogo sacro da millenni prima di loro. A quel tempo, il castello era già abbandonato e diroccato da centinaia di anni e furono i Catari stessi a finanziarne la ristrutturazione affinchè fosse un ultimo luogo di rifugio per i Perfetti e i credenti braccati dalla Crociata e dalla Inquisizione e il rogo del 1244 e la sua distruzione, praticamente, segnarono la fine di quella religione.

Anche se fosse stato un oppidum romano, come alcuni ricercatori suppongono, per lo meno risaliva a  1200 o 1300 anni addietro, visto che la conquista romana di quella zona avvenne nel 58 a.c.


Per associazione di idee, mi erano venuti in mente i culti al Dio Sole dell’antichità  orientale e anche romana, cioè a MITRA, reminiscenze di una visita ad un mitreo, tempio dedicato al culto di Mitra,  che avevamo visitato qualche anno prima a Roma, sotto la chiesa di Santa Prisca, seguita poi dalla lettura di un libro sull’argomento e  che, al ritorno da Montségur,  mi ero sentita interiormente spinta a rileggere.

(Mitra, un antico culto misterico tra religione e astrologia di A. Von Prònay, ed. Convivio)


Nel rito mitraico persiano, il pasto sacro era costituito dal pane e da una bevanda composta con il succo dell’Haoma, un alcaloide la cui pianta cresceva sugli altopiani iranici; a Roma dal vino e nelle altre parti dell’Impero dalla bevanda locale più simbolica.

Noi, proprio negli ultimi chilometri prima del pog, avevamo mangiato un intero filone di pane; la bevanda del nostro pasto era stata il caffè, che pure contiene un alcaloide….


Riconoscere il mio compagno come MILES, cioè il terzo grado delle iniziazioni mitraiche, era stato perfino troppo facile:

“Il soldato o il combattente che, dimostrando obbedienza, fedeltà e coraggio per il suo dio, era pronto alla lotta e al servizio.  Nelle circostanze solenni, il combattente doveva assistere il LEONE, suo diretto superiore e primo ufficiale della gerarchia.  I suoi attributi erano la lancia, l’elmo e lo zaino, che non conteneva oggetti di uso personale, bensì tutto il peso della responsabilità che il soldato si assumeva in nome della fede per il suo dio e per i suoi compagni….

Il LEONE era un ufficiale di rango, partecipava a tutti i riti di cui conosceva il significato profondo ed era così denominato perché il leone, come animale solare, era simbolo di SOL-MITRA.  Gli iniziati di questo grado erano incaricati di non far spegnere mai la fiamma degli altari del tempio e la loro iniziazione e il loro servizio erano legati a prove di coraggio……  Un emblema del grado del LEONE era il sistro, un sonaglio correlato alla Dea ISIDE, con il quale si creava un suono particolare durante le processioni, soprattutto in ambienti sotterranei....”


Mio marito aveva portato addosso i tre simboli: il berretto come elmo, il lungo bastone come lancia e, inconfondibilmente, lo zaino.  Io, che avevo curato il fuoco, sono anche nata sotto il segno del Leone!  Se ancora avessimo avuto un dubbio, ci sarebbe passato di mente per via del sistro: ebbene, perfino quello c’era stato!

La nostra cagnolina nera Iside (!) aveva, dalla nascita, legato al collare un campanellino per la pesca notturna perché, essendo sempre stata una vera saetta, specialmente la sera era impossibile vedere dove andasse, così abbiamo dovuto aiutarci anche con il suono per scongiurare il pericolo di perderla …. E anche lei, astrologicamente, era un Leone.

Il suo campanellino aveva risuonato dappertutto, dal Prato dei Cremati, su su per il monte sacro, nel castello in ogni angolo dentro e fuori, dove nessun essere umano poteva andare perché lei era vivacissima, curiosissima e faceva quello che voleva. Ed infatti, mentre io curavo la fiamma per il famoso caffè, mio marito si era stressato non poco a rincorrere le cagnole e a richiamarle in continuazione, particolarmente Iside che era la più spericolata.


Quello che avevamo appreso dalla rilettura del libro ci aveva entusiasmati; eravamo in grado di comprendere e di dare significato e valore a ciò che avevamo fatto del tutto inconsapevolmente.  Eravamo stati guidati lì da un’Energia Superiore che, attraverso di noi, aveva voluto manifestarsi, prendere o riprendere possesso di quel luogo, come se dovesse essere purificato da una commistione usurpatrice o,  addirittura,  volesse ristabilire la verità dell’appartenenza del Catarismo stesso a quella corrente spirituale.

Anche la coincidenza del sabato ci aveva colpiti: giorno sacro a SATURNO, dio protettore del PATER, massima carica religiosa del Mitraismo, cioè il 7° grado iniziatico.  Saturno è il dio dell’Età dell’oro…. Si era palesato, per lo meno rispetto a noi, un collegamento con la Tradizione Primordiale, che da migliaia di anni era occultata, nascosta….  Forse era giunto il momento in cui la sua potente energia si riattivasse per essere percepita coscientemente dagli esseri umani.

In un numero della Rivista di Antroposofia di qualche anno prima avevo trovato la recensione del libro “Mitra, il Signore delle grotte” di R: Merkelbach, edizioni ECIG che riportava il pensiero di Rudolf Steiner su questa antica divinità.  Per lui era il dio dell’Età dell’oro, il re la cui ferita aveva portato desolazione alla Terra, che giaceva addormentato da ere e ere, ma il suo risveglio sarebbe stato prossimo….


Eravamo anche entrati in una certa atmosfera di esaltazione, devo dire la verità: perché proprio noi? Che cosa veramente aveva rappresentato quell’azione magica sul piano della Terra e sul piano cosmico?  L’avremmo saputo un giorno?  O era tutta una nostra fantasticheria?   Certo è che se rito fosse veramente stato, era stata evocata una Energia, una Divinità che aveva voluto essere riconosciuta ed aveva fatto sì che la ritualità e il suo significato simbolico appartenessero già al nostro vissuto, alla nostra esperienza e quindi fossimo stati in grado di riconoscerla e di divenire consapevoli del nostro collegamento ad essa.


Dopo due mesi di ripensamenti e di riflessioni di varia natura, avevamo deciso di ritornare a Montségur in agosto.  Questa volta era stata una passeggiata vera e propria; intanto, avevamo a disposizione un camper, poi conoscevamo bene l’itinerario e il luogo, splendido sia nel paesaggio che nella forte carica energetica.  Alla libreria di Rennes-les –Chateaux, questa volta, avevo acquistato tutti i libri in Francese disponibili la cui lettura,  nei mesi successivi, mi avrebbe dato lo stimolo a studiare il Catarismo attraverso comparazioni e sintesi della letteratura esistente, ma soprattutto risvegliando in me una conoscenza interiore fino a quel momento completamente sconosciuta.


Fino al 2005 ci siamo ritornati ogni anno a Montségur; era diventata la nostra meta di ricerca e di vacanza; in realtà quei luoghi storici erano fonti di energie vitali e ispirazioni per me che, nel frattempo, avevo iniziato a mettere per iscritto  la trama del percorso autobiografico che l’incontro con quelle sacre energie aveva suscitato, affinchè riprendessi conoscenza e riconoscimento di me stessa in rapporto alla storia e alla fede di quel popolo martire.


Questa esperienza si è condensata in un libro:

“VIAGGIO A MONTSEGUR – Le Guide: I Catari e la loro missione – controstoria di duemila anni di Cristianesimo”

il cui testo, solo per i capitoli attinenti al Catarismo e all’attualità del suo messaggio, immetterò quanto prima in rete.

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