LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO: OVVERO COME UNA IMMAGINE SIA PIU’ EFFICACE DI CENTO DISCORSI

Solo un anno fa, luglio-agosto 2017, ho iniziato a cimentarmi in una nuova, per me, espressione artistica: il disegno e la pittura, che erano state una idealità quasi sacra per tutta la vita e che,  per una serie di impedimenti personali e familiari avevo dovuto mettere da parte e dimenticare. Da ragazza, alla scuola media delle suore, d’estate, ormai oltre sessant’anni fa, avevo anche imparato un po’ a dipingere sulla ceramica e mi piaceva tanto; ahimé, in un momento di sconforto e di insoddisfazione, avevo lanciato tutto l’armamentario dalla finestra, sicchè il mio percorso artistico si era fermato lì.

L’anno scorso, si era venuta a creare una sorta di sincronicità del tutto imprevista per cui avevo ripreso in mano la matita, i pastelli con cui colorare i disegni già fatti dell’art therapy, avevo sperimentato i pennelli con i colori acrilici, insomma, ero molto contenta perchè sentivo di recuperare una parte di me repressa e dimenticata.

Ritornata in città, mi ero iscritta alla Civica Scuola di disegno e pittura ed avevo scelto il corso di acquarello perchè mi era sembrato il più facile, e mi ero trovata in un corso che diverse allieve frequentavano per passione già da 8-10 anni. Ai miei occhi erano tutte superlative; però anch’io elaboravo, com’ero capace, i temi  che l’insegnante ci dava ad ogni lezione, senza pormi troppi complessi. Secondo lui, ero molto creativa, estrosa,  “una specie di poetessa che segue la sua ispirazione, non scrive i versi, li dipinge”.

Non ero proprio convinta del tutto della sua sincerità, mi sembravano più parole consolatorie ed infatti venne il momento della verità.  La nuova Amministrazione comunale di centrodestra che, dopo ben settant’anni  si era sostituita a quella di sinistra, aveva indetto un concorso per tutti gli allievi ed ex allievi delle scuole civiche dei vari indirizzi, avente per tema: “La caduta del muro di Berlino: dalla cortina di ferro ad una nuova Europa.”

L’insegnante, come d’abitudine, aveva procurato molto materiale documentario fotografico dell’epoca e distribuito alle corsiste perchè lo elaborassero,  me esclusa, dicendomi che non voleva mettermi in imbarazzo, perchè questo sarebbe stato un lavoro troppo impegnativo per una neofita “Non partecipo al concorso perchè sono cosciente dei miei limiti pittorici,  però sono una storica, una scrittrice e di cose da dire sulla caduta del muro di Berlino ne ho tantissime, per cui faccio il mio bell’acquarello ed esprimo  il mio pensiero.”

Di getto, in non più di mezz’ora, avevo “partorito” il disegno, soggetto principale di questa dissertazione, seguendo una  logica descrittiva temporale: dal momento della caduta del muro di Berlino, quindi ufficialmente dell’Unione Sovietica e del Comunismo, ai giorni nostri, al quale avevo dato il titolo “Una fine annunciata”.

Per la prima volta nella mia vita ero riuscita ad esprimere in quattro immagini, in modo anche rozzo, non propriamente artistico, il mio pensiero. Avessi dovuto servirmi delle parole, sicuramente avrei scritto 20 pagine, almeno!

Il discorso della supremazia della percezione visiva con la sua sinteticità, che assorbe in modo inconscio ogni genere di  stimoli e di  messaggi in chiaro, ma molto più spesso criptici e subliminali, di cui il Potere si serve in modo spregiudicato e amorale per controllare le masse, è vecchio di oltre cento anni ed è stato trattato sotto tutti i punti di vista per cui, a livello teorico, non ho niente da aggiungere. Interessante per me e anche divertente, in un certo modo, è stato ciò che ne è scaturito: una rilevazione statistica ed una indagine sul campo, artigianale e improvvisata,  per il mio desiderio un po’ narcisista, di raccogliere commenti e conferme.

Infatti mostravo a tutte le persone che mi capitavano a tiro la fotografia del disegno,  dicendo : L’ho mandato al concorso indetto dall’Amministrazione Comunale per il 30° anniversario della caduta del muro di Berlino; secondo te, o lei,  la commissione lo capirà, ho qualche probabilità di vincere?”

Sintesi delle opinioni raccolte fra una cinquantina di persone, interpellate a caso.

I cosiddetti millennia, cioè gli studenti delle scuole medie superiori di fronte al mio condominio, del muro di Berlino non sapevano niente e niente gli interessava e lo esprimevano in modo molto colorito.

Fino ai 30-35 anni, sia uomini che donne, per educazione guardavano il disegno, mi dicevano che era bello (?) e mi auguravano di vincere, pur facendo trapelare un certa difficoltà a coglierne il significato. Qualcuno era stato anche a Berlino in gita che gli era piaciuta molto;  si stava bene e aveva avuto l’impressione che i Berlinesi  fossero contenti.  Del fatto storico in sé, ne avevano sentito parlare, ma non erano in grado di esprimere un’opinione propria.

Più o meno fino ai quarantacinque cinquant’anni, le risposte erano state di accondiscendenza personale; commenti politici  vaghi e generici su come stiano andando male le cose in Italia, ma non entravano nel merito delle immagini che proponevo; anzi ne sembravano intimoriti.

Gli interlocutori più soddisfacenti, per me sondaggista, erano state, senz’altro, le persone anziane, diciamo dai sessant’anni in avanti: tutti erano stati in grado di interpretare perfettamente il disegno nella sua sequenzialità, commentarlo, condividerlo, criticarlo.

Era stata questa la generazione contemporanea all’evento, alla storia antecedente e ne era stata spettatrice, più o meno passiva, più o meno consapevole, in ogni modo  era stata coinvolta emotivamente nel suo vissuto, nella sua esperienza personale. L’architettura del suo mondo di credenze storico-sociali, che l’aveva plasmata dalla nascita, cambiava di colpo e, nonostante le celebrazioni ufficiali di gioia e di nuova libertà, qualche retropensiero d’incertezza o di delusione  serpeggiava anche se non alla luce del sole.

Le persone di questa fascia d’età avevano vissuto tutti i cambiamenti della società dal dopoguerra ad oggi, in cui la caduta del Muro di Berlino aveva rappresentato lo spartiacque fra il passato storico conosciuto del novecento e l’inizio di una nuova configurazione politico-sociale, territoriale ed economica che originava da altri presupposti teorici, soprattutto da un Potere che era diventato  monopolistico, assimilandosi sempre più al monoteismo.

Nella generalità, tutti più o meno erano stati coinvolti, loro malgrado nella vita quotidiana,  dalla contrapposizione duale di capitalismo e socialismo, U.S.A e U.R.S.S., destra e sinistra, padronato e classe operaia  e, il tanto vituperato ormai  movimento del ’68, che in Italia era durato fino all’inizio degli anni 80 del novecento, li aveva abituati allo schierarsi, al dibattito politico, al confronto, ognuno al proprio livello caratteriale, di cultura e, soprattutto, di collocazione sulla scala sociale.

L’arco di tempo di circa dodici anni, nel quale idealmente c’erano stati i presupposti per il rovesciamento dei rapporti storici di potere fra le classi, aveva dovuto scontrarsi con  ogni genere di opposizione nazionale e soprattutto internazionale con la cosiddetta “strategia della tensione”, vera e propria guerra civile a bassa intensità.  Eppure le lotte di fabbrica di quegli anni, trascinate dall’estremismo extraparlamentare di studenti e di avanguardie operaiste, importanti conquiste ne aveva strappate per il “popolo”, anche per le masse ignave, la maggioranza silenziosa che era stata alla finestra a guardare.

Solo per citarne qualcuna : la riforma del diritto di famiglia del 1976, nella quale veniva sancita la parità giuridica di uomo e donna; lo statuto dei diritti dei lavoratori, la legge sul divorzio; comunque era avvenuto lo scuotimento delle forme pensiero gerarchiche che perduravano dai tempi dell’Antico Testamento.

Era finita com’è finita proprio a causa del crollo dell’URSS, cioè di uno dei due competitors, tanto che l’avversario, divenuto a quel momento il padrone del mondo, aveva potuto esprimere la sua certezza con le parole di Warren. Buffet, uno degli 8 uomini più ricchi del mondo,  al vertice della piramide del potere: “la guerra di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”.

Poi è stato tutto un involvere, spiritualmente e materialmente, non a causa del ’68, bensì secondo i programmi che i padroni del mondo  hanno predisposto per il controllo delle masse del pianeta e per trarne, dal loro sfruttamento, il massimo profitto, senza opposizione alcuna, in attesa di sostituirle con i robot, i transumani (geneticamente mischiati con elementi cibernetici), eliminandole un po’ alla volta con guerre, fame, pandemie, malattie indotte, sconvolgimenti climatici, perdita completa di reattività ed energia vitale. La sovrappopolazione è considerata la vera piaga del pianeta.

E’ vero che in questi 30 anni internet ha dato la possibilità, a chi  avesse avuto  l’interesse, di accedere ad una miriade di informazioni alternative al mainstream ufficiale, ma l’informazione senza una elaborazione personale non diventa conoscenza,  bensì, come una lieve nuvola, si dissolve repentinamente, non entra nel propria esperienza, nel proprio vissuto perchè   volontà e sentimento personali non ne sono  coinvolti.

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Un popolo, genericamente inteso, non diventa più cosciente dalla sera alla mattina, nella sua globalità, salvo singoli individui in esso, già più evoluti ; muta orientamento per induzione manipolatoria, soprattutto per necessità, quando  la sofferenza economica e di vita in genere, si allarga alla maggioranza numerica ed elettorale  ed allora cambia, cioè, passivamente, dà la delega a rappresentarlo a nuovi soggetti politici, sperando in bene,  salvo poi uscirne deluso e tradito un’altra volta, malgrado la buona volontà dei delegati che, al momento,  si trovano davanti il vero, invincibile muro con il quale i padroni del mondo si difendono da ogni cambiamento che sgretoli il loro potere.,

Infatti, al di là di ogni dissertazione di politica o macroeconomica, i discorsi si riducevano al proprio problema personale, essenzialmente la mancanza dei soldi necessari per vivere, per pagarsi le medicine, ormai quasi tutte considerate integratori alimentari,  i figli che non hanno il lavoro  e che vivono alla giornata e le pensioni, rimaste al millennio scorso, molto svuotate del loro potere d’acquisto.

Una visione panoramica di che cosa si stia muovendo oggi sulla scena del mondo, non più bipolare con una Russia risorta, ma sempre bersaglio designato degli USA, bensì tripolare con  l’avvento della Cina, come prima potenza mondiale, per cui tutto sia costantemente ed incognitamente in divenire, non rientra nello schema mentale della generalità delle persone.  Stentano a seguire e ricadono subito nel particolare, al massimo alla situazione in Italia, speranzosi nel miracolo o nell’uomo della provvidenza di turno. Questa è la mia esperienza personale; non ho alcuna pretesa di dare giudizi generali.

Anche alla mostra di tutti i lavori presentati al concorso, avevo ravvisato la stessa staticità di pensiero: rappresentavano delle fotografie del momento: la caduta del regime, l’avvento della libertà e della democrazia, evviva evviva; solo qualche accenno ai nuovi fili spinati apparsi nell’Europa di oggi, per la verità, in un disegno premiato. Come si fossero evolute le cose in trent’anni non era proprio emerso, quali effetti, previsti o del tutto imprevedibili  avessero messo in moto ancora nei tempi a venire.  E’ stato un test interessante per me, deludente dal mio punto di vista, ma questi sono i tempi.

Con la pittura, completamente a ruota libera, ho fatto anche qualcosa di meglio, nella speranza che mi capiti, prima o poi, di illustrare quell’evento umano rigenerante e vivificante per la Terra e  tutti gli esseri viventi, il sogno che tutti abbiamo nel cuore.

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